Avventure nel Mondo

Dagli appennini alle Ande

da "Bolivia Cile" con Avventure nel Mondo
di Marco Brutti

La meta sta volta l’ha scelta Vlao, dopo aver visitato paesi turistici, come Thailandia e Maldive, aveva proprio voglia di visitare una zona dove non ci fosse troppa gente. Niente città, niente siti storici, niente stranieri, niente di niente. Solo natura, panorami, ampi spazi e colori. Tra i paesi candidati alla fine l’ha spuntata la Bolivia, un pallino di Vlao, che da tempo sognava di calpestare i mitici salares. Martimarti ha appoggiato la scelta e l’idea è stata condivisa anche dalla doganiera Ele che, come primo viaggio di Avventure, ha deciso saggiamente di affidarsi allo scoordinatore Vlao. Ad arricchire la spedizione anche il mitico Jean che, dopo le scorribande in Thailandia, ha deciso di non perdersi la possibilità di una gita sulle Ande. Dopo la classica fase di suspence tipica di AnM… il tira e molla tra il parto e il non parto… finalmente il gruppo si è formato ed anzi si è addirittura chiuso! Strano per una partenza in Ottobre inoltrato con tanto di gruppo parallelo in formazione… 16 membri di equipaggio per la missione boliviana. Anconetani, milanesi, sardi, parmensi, torinesi, toscani, laziali… doganieri, medici operatori turistici, veterinari, mugnai… abbiamo di tutto nel nostro gruppo misto. Evitato lo spauracchio scioperi partiamo dall’Italia per intraprendere il nostro lungo spostamento. Visitiamo diversi aeroporti prima di giungere a quello di Sucre dove, dopo un giorno per aria, inizia il viaggio vero e proprio. Se non fosse che mezzo gruppo si ritrova senza bagagli si potrebbe dire che, fino ad adesso, tutto sia andato liscio. Abbiamo mezza giornata per visitare la capitale legislativa boliviana e decidiamo di gestircela “fai da te”. Pranziamo in centro e poi ci dirigiamo, percorrendo una lunga salita, al belvedere della Recoleta dove ci meritiamo una sosta birra al bar gestito dall’onnipresente italiano. Prima del tramonto ci facciamo una passeggiata sui tetti del Convento di San Filippo Neri dopo di che ci fiondiamo a mangiare in un ristorante del centro. Ottimi piatti di carne ed una fresca Paceña inaugurano la lunga serie di cene in terra boliviana. L’altitudine non da problemi a nessuno, ma il bello arriva adesso, come prima tappa abbiamo in menù le miniere del Cerro Rico, 4.090 metri sul livello del mare.

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Arriviamo a Potosì dopo una lunga sessione di pulmino, veniamo bardati come provetti minatori, stivali, casco e torcia frontale dopo di che passiamo per il mercato per rifornirci di doni da portare ai lavoratori sotterranei. Il pacco dell’operaio comprende una dotazione di foglie di coca da masticare vita natural durante, l’amaro del minatore consistente in una boccetta in plastica piena di alcol 95° probabilmente non atto al consumo umano, un candelotto di dinamite con tanto di miccia, ideale per velocizzare il lavoro, e un pacchetto di cigarillos da offrire al diavolo della miniera come buon auspicio per lo scavamento. A seguito di dubbi sulla sicurezza decidiamo di tralasciare la fornitura di dinamite, mentre soprassedendo sulle conseguenze sanitarie legate agli altri doni partiamo alla volta della miniera. L’ingresso del tunnel, le rotaie e i carrellini ricordano tanto i film di Indiana Jones. Chinandoci giusto il dovuto e forse un po’ meno, dato l’elevato numero di testate sulle travi, ci inoltriamo nel buio cunicolo. Le nostre torce illuminano dove mettiamo i piedi ed i nostri stivali si immergono nella fanghiglia. Raggiungiamo i lavoratori che becchiamo in piena pausa mentre si gustano una sana sigaretta trasformando in fumo la poca aria presente in loco. Facciamo la nostra offerta al diavolo della miniera e dopo un’ora e più di visita non vediamo l’ora di tornare all’aria aperta. Pensare che questi ragazzi passano la maggior parte della loro giornata al buio sottoterra ci lascia una sgradevole sensazione addosso, la guida però ci rinfranca dicendoci che quando la loro capacità polmonare scende sotto il 50% hanno diritto di smettere di lavorare e di godersi la pensione… Nessuno coglie l’occasione per lasciare un curriculum vitae perciò abbandoniamo alla svelta i panni da minatori e lasciamo al suo destino la ridente cittadina di Potosì. Manca ancora tanta strada per raggiungere Tupiza dove passeremo la nottata a “bassa quota” 2.850 metri slm per i evitare i malanni dovuti al soroche.

Le quebradas di Tupiza e la Ciudad de Roma Il nostro gruppo è iperattivo e, anziché fare il classico giro delle Quebradas a bordo delle jeep, decide di visitare la zona intorno a Tupiza con mezzi alternativi. Ideale è, in questo senso, il famigerato Triathlon, che da queste parti comprende jeep, cavallo e bicicletta, ed è, di gran lunga, il miglior modo per godersi i suggestivi canyon “western” della zona. Dopo un prima parte dove ci godiamo i diversi siti spostandoci su quattro ruote, passiamo senza battere ciglio alle quattro zampe dei nostri cavalli. Vestiti da perfetti cowboy saltiamo in sella emulando le scene viste nei film di Sergio Leone. Ben tre ore di cavalcata abbiamo in menu e, data la nostra esperienza pari a zero, questa idea potrebbe trasformarsi facilmente in un incubo. Martimarti inizia subito con brio, il suo irrequieto equino parte subito a razzo. Dopo un primo momento di panico totale però la cowgirl, non si sa in che modo, riporta all’ordine il quadrupede e miracolosamente si accoda agli altri. Per fortuna, da lì in poi, a tirare il gruppo ci finisce Piero che, con il suo ronzino, mantiene una velocità costante al limite del soporifero che azzera le fughe involontarie Attraversando scenari degni di uno spaghetti western procediamo guardinghi in attesa di un’imboscata degli indiani. I nostri cappelli a falda larga, oltre a darci un piglio professionale, ci proteggono dal sole a piombo che, però, ci ustiona inesorabilmente mani e avambracci. Ci arrampichiamo su qualche cresta per avere una migliore visuale, ma nessun pellerossa sembra esserci all’orizzonte. Completiamo la nostra ronda e ritorniamo al posto di partenza dopo di che, con le jepp cariche delle nostre biciclette, ci arrampichiamo su per una lunga salita sterrata che percorreremo in discesa su due ruote.

 

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Superiamo alla grande questa che può essere definita la vera prova del nove in previsione della Carretera de la muerte che ci toccherà a fine viaggio. Nonostante i nostri mezzi non siano proprio di prima categoria, nessuno ha difficoltà ad arrivare all’arrivo fissato davanti al nostro hostal, che riconosciamo dal caratteristico chiostro trasformato in lavanderia che, con tutti quei panni stesi, fa tanto Napoli. Per cena ci aspetta il pork on the cross tipica pietanza boliviana che consiste in un porceddu intero cotto alla brace per ore ed ore. Il risultato è squisito, ma data anche la giornata impegnativa non tutti sono sazi a dovere e, capitanati da “pozzosenzafondo” Il Canno, nel dopocena ci trasferiamo alla pizzeria Milano dove possiamo gustare fantastiche speedypizza margherita e brindare con sontuose spremute di frutta al recupero dei bagagli dei milanesi. Il giorno dopo siamo pronti a partire per il tour “lagunas y salares”. Facciamo conoscenza con i driver e le cuciniere che ci assisteranno per i prossimi giorni e ci imbarchiamo sulle nostre 4×4. Prima tappa è la cosiddetta Ciudad de Roma che raggiungiamo percorrendo una lunga pista sterrata. Arrivati al belvedere facciamo una piccola camminata combattendo contro il vento gelido che sferza sulle rocce e che raffredda il radiatore della Patrol che fuma già dopo la prima ripida salita. Riusciamo ad avvicinarci un po’ alla formazione rocciosa che, con un po’ di immaginazione dovrebbe riportare alla mente San Pietro e lo skyline romano, teoria immediatamente smentita col la tipica caustica acidità dal parmense, romano di adozione, Nicsnics. Rinfreddoliti, il giusto che basta, torniamo indietro per prendere posto nelle camere multiple dell’hospedaje basico che ci proteggerà per la notte. Dopo esserci gustati la cena al calduccio, passiamo la serata facendo giochi di società tipo Lupi e Contadini condotto egregiamente da MasterAle che, aprendo e chiudendo gli occhi alla gente, fa si che quando è di nuovo giorno… muoia inesorabilmente una persona. Le indagini per smascherare i lupi sono complicate, un po’ perché non capiamo bene il meccanismo del gioco, un po’ perché per qualcuno non è facile ricordarsi i nomi, l’apice si raggiunge quando Martimarti accusa più volte Paolo mentre lo stesso giace a letto da ore con i sintomi del soroche… Andiamo a dormire salutando il radiatore della jeep che giace smontato nella fontanella in cui ci laviamo i denti… speriamo che per domani sia in grado di tornare a fare il suo sporco lavoro…

Le prime lagune e la frontiera cilena

Alla mattina, come d’incanto, del radiatore non c’è più traccia presumibilmente Palermo & C. hanno provveduto a rimontarlo dato che, mentre facciamo colazione, sentiamo in sottofondo il ronzio delle nostre jeep che si scaldando in vista dell’ingresso al parco nazionale dove inizieremo il nostro peregrinare per lagune. La prima chiazza d’acqua che incontriamo nel nostro tragitto è la Laguna Amarilla seguita dalla Laguna Celeste. Ci sgranchiamo le gambe passeggiando sulle loro rive e cominciamo a prendere confidenza con i fantastici colori della Bolivia. Avvistiamo i primi fenicotteri rosa e lungo la strada cerchiamo di avvicinare qualche lama, ma dobbiamo ancora affinare le nostre tecniche per non farci seminare nella radura. Per fortuna ne troviamo un po’ raggruppati in un recinto e scattiamo loro qualche foto da distanza anti sputo. Dopo aver passato un’altra notte in ospedaje basico, visitiamo la Laguna Elionda e la Laguna Goipe, quella bianca con le montagne di sapone. A proposito di sapone, sarebbe proprio ora di darsi una bella lavata infatti, data l’inavvicinabilità dell’acqua gelida dei nostri “alberghetti”, la polvere comincia a formare uno strato protettivo sopra la nostra pelle che le salviettine umidificate faticano a scolpire. E’ proprio a questo punto però che, provvidenziale come una galleria mentre la radio passa Tiziano Ferro, avvistiamo all’orizzonte il vapore di acque sulfuree. Non ci sembra vero di poterci fare un bagno nelle terme a cielo aperto. Non esitiamo un istante e ci godiamo il tepore mentre, sporcando l’acqua, spaziamo con lo sguardo sul fantastico panorama che ci circonda. Spettacolo… sarebbe da non uscire mai! Quando Mauricio ci richiama all’ordine cerchiamo di temporeggiare fino all’ultimo, ma abbiamo il Cile che ci attende e un mezzo ci aspetta al di là del confine… non possiamo fare tardi. Ripartiamo di gran carriera direzione Hito Cajon. Attraversiamo il Deserto di Dalì dove ci sembra di essere all’interno di uno dei quadri visionari del pittore spagnolo. Ci fermiamo alla Laguna Verde che ci regala un colpo d’occhio da brividi e solo dopo qualche ulteriore chilometro raggiungiamo la frontiera. Facciamo l’ultimo pranzo in terra boliviana e salutiamo i nostri driver che, insieme alle cuciniere, si accamperanno al confine fino al nostro rientro dalla due giorni cilena. Dopo aver effettuato la trafila burocratica in Bolivia saliamo su un pulmino che ci porterà al punto di ingresso cileno. Tra i due avamposti frontalieri c’è di mezzo una discesa di 40 km e un dislivello di 1.800 metri che mette alle corde i freni dei mezzi. Per fortuna non dobbiamo utilizzare le vie di fuga predisposte ai lati della strada per l’arresto forzato e giungiamo alla dogana cilena portandoci dietro una puzzolente scia di ferodo. Veniamo controllati minuziosamente e i nostri bagagli vengono usati come test per il cane antidroga. Il sacco a pelo con la sostanza incriminata, posizionato beffardamente dalle guardie, viene individuato solo dopo qualche giro a vuoto dall’agente a 4 zampe. Alla fine, comunque, cane promosso e noi liberi. Abbiamo poco tempo per visitare la Svizzera del sud america, così abbandoniamo al volo i bagagli in un vero albergo e partiamo a razzo con la nostra “mitica” guida.

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San Pedro de Atacama e l’altopiano boliviano Camminare sull’asfalto è una sensazione che ci mancava da un po’, il Cile è un altro pianeta rispetto alla Bolivia, qua incontriamo anche dei turisti cosa che fino ad ora ci era capitata di rado. Nei cunicoli salati della Valle della Luna bisticciamo con dei francesi che non hanno capito il significato di senso unico… il tramonto ce lo dobbiamo dividere con altre decine di spettatori… e per mangiare dobbiamo prenotare, a meno di non decidere di svaligiare un baracchino che smercia hot dog gourmet! In compenso i luoghi che visitiamo sono fantastici quanto quelli boliviani… il finto Colosseo alle luci del tramonto, il gayser di El Tatio con i suoi vapori mattutini, il salar de Atacama con i flamingo in posa per le foto, la laguna de Talar che sembra un acquerello, sono tutti siti che verranno annoverati tra i più belli del viaggio. Del Cile non dimenticheremo neanche la cena alla Casona per sperperare l’avanzo di cassa comune in pesos. Ristorante vip e tavola superimbandita che regala una adrenalinica sfida a colpi di parrillata, tra la squadra blu Vlao&Martimarti e la squadra rossa Paolo&Nicsnics, che si conclude con non poche polemiche a seguito del nebuloso smaltimento di un petto di pollo gigante che alla fine regala la vittoria ai rossi. Quel pasto luculliano sarà solo una breve parentesi, i nostri pranzi frugali fatti di quinoa, pollo e polvere ci aspettano in cima alla lunga salita che ci riporta a Hito Cajon, l’ultimo ostacolo che ci separa dalle nostre jeep, dalla strada sterrata, dalla Bolivia. Espletate le formalità doganali, riprendiamo il nostro cammino salendo fino all’altitudine record di 4.990 msl del Sol de la Mañana. Qui le pozze di fango che ribollono, i vapori che il vento gelido spazza via, i vivaci colori vulcanici e un leggero cerchio alla testa creano un’atmosfera più unica che rara. Ci troviamo in mezzo alla “naturaleza” non ci sono sentieri, parapetti, percorsi obbligati, volendo puoi liberamente mettere un piede nell’acqua bollente senza che nessuno ti rimproveri. Nemmeno Jean, il più estroso del gruppo, ha però un’idea del genere e possiamo quindi procedere senza ustioni verso la Laguna Colorada. Ci facciamo una bella passeggiata fino alla riva dove le sabbie mobili ci impediscono di raggiungere i fenicotteri che pascolano rilassati nell’acqua arancione. Dopo l’immancabile 360° con la telecamera di Martimarti ripartiamo direzione hospedaje basico, l’ultimo del nostro viaggio. Da ora in poi solo Hostal de Sal e Hotel pluristellati per la gioia di tutto il gruppo. La Laguna Negra e Italia-Bolivia 7-6 La portita Martinita, è così che comincia sempre la giornata, con Palermo che fa presente a Martimarti che ha chiuso con troppo garbo lo sportello del Land Cruiser. I nostri autisti vivono in simbiosi con il loro mezzo e non hanno bisogno di spie o avvisi elettronici per capire qualsiasi anomalia, basta il loro attento orecchio. Questi gipponi rudi e crudi non sono abituati alla grazia della gente di città, affrontano di tutto lungo il loro percorso, sassi, sabbia, acqua, fango, vento, freddo, caldo… e superano qualsiasi cosa senza battere ciglio e i nostri driver li conoscono a memoria, buon per loro e per noi, dato che in caso di guasto in mezzo al nulla boliviano, l’unica soluzione per andare avanti è il fai da te. Passato il check up iniziale, foglia di coca in bocca e si parte per la prima tappa della giornata: l’Italia Perdida. Una sorta di canyon roccioso chiamato così da quando un italiano si è perso nei suoi meandri senza più uscirne. Noi ci sparpagliamo nella zona cercando di non emulare il leggendario, e quando Mauricio, urlando, ci richiama all’ordine, troviamo tutti la via del ritorno senza perdere nessuno degli effettivi per strada. Continuiamo il nostro viaggio con la visita dell’ultima delle nostre lagune, la Laguna Negra. La raggiungiamo con una breve passeggiata sopra un soffice manto muschioso. Tra i lama che brucano, arriviamo a questo specchio d’acqua che, con le sue sfumature erbose, si differenzia da tutte le altre pozze precedentemente avvistate. Ci godiamo il pranzo all’aperto e, dopo una sosta al bagno inca, ci dirigiamo di gran carriera verso l’agognato hostal de sal che ci ospiterà per la notte ai margini del Salar de Uyuni. Rimaniamo stupiti dai suoi interni, a terra non ci sono mattonelle, ma uno strato di sale grosso, le pareti sono fatte di mattoni di sale, anche il letto e i comodini sono di sale!! Qualcuno non ci crede e da una leccatta al muro confermando la nostra prima impressione. Abbiamo un po’ di tempo libero e approfittiamo per organizzare un football match nell’immancabile campo da calcetto presente in ogni pueblito che si rispetti. Cinque contro cinque, da una parte la Bolivia con Palermo, Gonzalo, Raul e due giovani virgulti assoldati al momento in sostituzione di Ector e Mauricio alle prese con l’Imodium, dall’altra l’Italia con Vlao, IlCanno, Paolo, Tiwanaku e Piero sostituito poi in corsa dal pluriavventuriero Giovanni. Dopo una prima fase di studio, ricca di scontri a centro campo e qualche intervento al limite del regolamento, la partita si accende, segno che nessuno ci sta a perdere! L’altitudine accentua il fiatone degli azzurri che ogni tanto sparano la palla in tribuna per riprendere le forze. Nonostante tutto la tattica palla lunga e pedalare per sfruttare il gioco aereo, su cui i sudamericani nulla possono, premiano la nostra rappresentativa che si impone 7-6 con il golden goal di Vlao segnato in piena notte su assist del Canno che per i tre punti ci rimette uno zebedeo. Dopo aver dato tutto per la maglia, la giusta ricompensa è una bella cena a base di vincisgrassi boliviani che vengono inesorabilmente spazzolati nel giro di pochi minuti… come da italica antica usanza. E dopo il terzo tempo, via veloci con il quarto… tutti a nanna… domani ci aspetta il Salares! Il Salar de Uyuni e il vulcano Tunupa Oggi è il giorno dei salares, che uno la Bolivia se la immagina così… una tavola di sale dove scorrazzare senza meta… una distesa bianca e un cielo azzurro. In effetti, abbandonata la “riva” si ha proprio la sensazione di essere in mare aperto, non ci sono piste né tanto meno strade, si viaggia puntando qualcosa all’orizzonte e si naviga dritto per dritto fino a raggiungerlo. Non ci sono onde, il sale essiccato dal sole forma i caratteristici esagoni che accostati l’uno all’altro creano una fantascientifica pavimentazione su cui le jeep sfrecciano senza lasciare segno. La luce è abbagliante e proviene da tutte le direzioni, guidare senza occhiali da sole è una mission impossible anche per Palermo che si salva dalla cecità solo grazie agli occhiali made in Decathlon provvidenzialmente prestati. I salares sono un set fotografico perfetto per qualche scatto “matto”. La prospettiva qui viene meno e gli uomini si trasformano in insetti, le auto in modellini scala 1/32 e i porta chiave a forma di alpaca in mastodontici mostri pelosi. Passiamo diverso tempo a cercare la composizione migliore, Jean in padella che viene inforchettato, il gruppo che fa capolino dallo zaino, Martimarti che tira un calcio al volo al miniVlao, Il Canno che scatta la foto ai nani e via così… I nostri driver, la sanno lunga, e si rivelano provetti fotografi… sfortunatamente però non hanno la prontezza di immortalare la corsa di un invasore nudo che sventolando la bandiera dei 4 mori scorrazza libero per la spianata… A metà mattina siamo già all’Isla del Pescado, si tratta di una collinetta in mezzo al nulla abitata da centinaia di cactus che, come dei soldati sull’attenti, scrutano l’orizzonte. Ci passeggiamo in mezzo e raggiungiamo la sommità dove non ci lasciamo scappare l’occasione di un bell’autoscatto di gruppo prima di dedicarci ad una bella birrozza al “bar dei pescatori”. Finita la pausa rifocillante salpiamo in perfetto orario per gustaci uno dei nostri classici lunch sotto lo spiombo del sole.

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Con la pancia bella piena, giunge l’ora di affrontare il trekking. Direzioniamo i nostri mezzi verso il Vulcano Tunupa che troneggia all’orizzonte e viaggiamo veloci in formazione come fossimo le frecce tricolori. Alle falde del vulcano cominciamo la nostra scalata. Anche se l’altitudine si fa sentire stringiamo i denti fino a raggiungere il belvedere dal quale possiamo dominare dall’alto il Salar de Uyuni e ammirare dal basso la bocca colorata del Tunupa. Ci riposiamo una mezz’oretta costruendo il nostro personale cucuzzolo di pietre e attendiamo che nel frattempo tutti risalgano il crinale. Alla vista della bottiglietta d’acqua che l’aspetta dopo l’arrivo anche Piero, con uno scatto epico, raggiunge il traguardo in concomitanza con lo scrosciare di un applauso spontaneo generale. Oggi è stata una vera e propria giornatona, siamo un po’ provati, la rivincita di Italia-Bolivia sarebbe un ecatombe per noi azzurri, riusciamo a rinviarla giusto con la scusa del tramonto sul salar un’attrazione che non possiamo assolutamente saltare. I driver ci accontentano e il 7-6 rimane in salvo… almeno per oggi… Addio jeep, in pullman verso La Paz e Titicaca E dopo il tramonto non può mancare l’alba, ci svegliamo nella notte e, nel freddo più assoluto, ci rechiamo al centro del salar. Mentre il sole sale, ci godiamo i giochi di ombre che le nostre sagome disegnano mano a mano che si accorciano sulla distesa bianca. Il nostro staff ci prepara la colazione più in là, all’isola delle bandiere dove Gian aggiunge quella della pace che mancava colpevolmente. Sotto il grande monumento alla Dakar, che da qualche tempo passa da queste parti anziché in Marocco, facciamo le immancabili foto di gruppo che sanno tanto di addio, ridendo e scherzando, siamo perdere nessuno per strada… ottimo risultato. Nelle tre ore di tragitto ci rilassiamo un po’ fino a raggiungere il traffico che ci avverte che siamo a La Paz. Curiosa La Paz, quando arrivi la vedi dall’alto in basso che si sviluppa per le pendici delle ripide montagne che la circondano. Dal centro cittadino con edifici moderni, mano a mano che si sale si passa a case dalle facciate scrostate. Con l’aumentare dell’altitudine diminuisce proporzionalmente la ricchezza degli abitanti fino a raggiungere i quartieri più “malfamati” come El Alto dal quale iniziamo la nostra discesa verso il centro con il pullman di linea che la effettuerà in più di un’ora, c’è un traffico talmente denso che nemmeno tra Barberino del Mugello e Ronco Bilaccio si è mai visto. Era da un po’ che non vedevamo così tanta gente raggruppata nello stesso posto, forse era dai tempi dello scalo di Miami, ultimamente ci stupivamo di incrociare una macchina nel nostro cammino… e qui invece dobbiamo stare attenti a non farci investire. L’ampia scelta di ristoranti ci mette a disagio, ci dividiamo alla ricerca di qualcosa di buono e alla fine ci ritroviamo tutti a cenare all’Angelo Colonial, evidentemente il ristorante che fa per noi. Lasciamo La Paz la mattina seguente per dirigerci verso il lago Titicaca che raggiungiamo dopo aver fatto una tratta in bus e due attraversate in battello. Sbarchiamo sull’Isla del Sol e ci arrampichiamo verso il nostro bed and breakfast. Dopo aver ammirato il tramonto dalla cima della nostra isola, ceniamo in uno dei tanti ristoranti con vista lago che propongono il piatto forte del luogo, la trucha del Titicaca. Chiacchieriamo sorseggiando una birrozza in uno scenario completamente nuovo per il nostro viaggio. Torniamo a casa con l’aiuto delle nostre torce, ripercorrendo il sentiero che ci porta al nostro lussuoso alloggio mentre Tiwanaku, eccitato dalla visita a Puma Punko fissata per l’indomani, ci intrattiene parlando di alieni e H scolpite sulla roccia… Alieni a Tiwanaku e la Carretera de la Muerte Dopo tanta natura è giunto il momento di un po’ di cultura… storia, anzi scienza, ma che dico scienza, fantascienza! La visita a Tiwanaku e Puma Punko è tutto questo. Le strane storie collegate al sito archeologico più importante della Bolivia, sono molto affascinanti e le nubi cariche di pioggia che incombono durante la nostra visita danno ancora più enfasi a questo luogo arcano e pieno di misteri. La statua dell’uomo barbuto, per esempio, che dato il suo taglio di barba è ritenuto essere immigrato dalla Mesopotamia, è possibile davvero che sia vissuto qui?? E il fulmine che avrebbe tagliato in due la Puerta del Sol? Era davvero solo un evento atmosferico? E che dire della faccia d’alieno mimetizzata tra gli altri volti, ma con gli inconfondibili tratti somatici marziani? E poi tra tutti il mistero più grande, quello delle grandi H, perfette rocce scolpite a forma di lettera dell’alfabeto, con tanta precisione che un macchinario moderno non saprebbe raggiungere… che sia proprio questa la conferma che da queste parti c’è passato qualcosa di alieno??? La nostra visita non scioglie gli enigmi e non possiamo approfondire più di tanto le indagini dato che la tempesta che si sta scatenando sopra di noi ci consiglia di far rientro verso La Paz prima che sia troppo tardi. Ci facciamo scaricare a El Alto e da li, con la futuristica funicolare che solca lo skyline di La Paz, scendiamo a valle. Le cabine, completamente automatizzate ed alimentate ad energia solare, ci portano a spasso sui tetti della città, sorvolando lo sterminato mercato, il cimitero cittadino e gli alti edifici del centro. 

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Sperperiamo gli ultimi rimasugli di cassa con la cena nel nostro locale preferito, ci rimane ormai solo l’ultimo giorno che però prevede l’impresa più ardua del v i a g g i o … l a Carretera de la Muerte. La carretera in questione è la strada che collega La Paz a Coroico… 64 km di discesa che un tempo era l’unico collegamento tra le due località. Una strada ricca di curve che porta dai 4.700 metri d’altitudine della partenza fino ai 1.200 dell’arrivo nella Jungla. Un dislivello di ben 3.500 metri che noi percorriamo in bicicletta scendendo per la tortuosa strada sterrata accompagnati dalla costante presenza dello strapiombo alla nostra sinistra. Ogni tanto le croci a bordo strada ci ricordano la fine che potremmo fare prendendo larga una curva e così la nostra attenzione alle traiettorie è particolarmente accentuata. Del gruppo Papito e Tiwanaku sono i più spericolati e scendono come temerari, gli altri rimangono più guardinghi, con Ele e la Cocca a chiudere il gruppo con il compito di recuperare gli eventuali feriti. Jean ce la mette tutta per vincere la classifica dei capitomboli e ci riesce con ruzzole degne di uno stuntman. Arriviamo alla fine tutti interi e troviamo ad attenderci, oltre ad un ricco pranzo a buffet, una fantastica piscina nella quale ci tuffiamo per ricaricare le pile dopo la lunga pedalata. Quando il pericolo sembra passato e stiamo tornando a La Paz, arriva l’ultimo imprevisto del viaggio, cede una balestra del pulmino e rimaniamo bloccati per ore in uno sperduto paesino in attesa che il nostro autista sistemi l’ammortizzatore come un novello McGyver… utilizzando le camere d’aria delle biciclette. Abbiamo poco tempo per cenare e fare le valigie, il nostro ultimo giorno sta per scemare. Salutiamo La Paz la mattina presto e riprendiamo la lunga via del ritorno. Non abbiamo ancora assimilato tutte le cose che abbiamo visto e vissuto in questi 17 giorni, ma come ogni volta, sappiamo che a casa ci torneremo con la classica sensazione di chi ha vissuto una memorabile esperienza.